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Parma CalcioSerie A

Poche idee e confuse: il nuovo Parma ha perso le sue certezze

di Silvia Delmonte

Il problema non è perdere una partita alla prima giornata. Il problema è come il Parma ha perso contro il Cagliari. Perché lo 0-1 del Tardini, deciso al 79’ dalla conclusione dalla distanza di Alessandro Romano, lascia soprattutto interrogativi sulla nuova identità che Carlos Cuesta sta cercando di dare alla squadra. Il Cagliari, peraltro, non si è limitato ad aspettare: ha costruito le occasioni migliori e colpito anche due legni.

La prima vera novità è stata tattica. Cuesta ha abbandonato l’abito più prudente e riconoscibile del Parma della passata stagione per proporre una squadra decisamente più offensiva, con Bernabé largo a destra, Lontani dall’altra parte e Touré riferimento avanzato.

L’intenzione è comprensibile. Il risultato, almeno per ora, molto meno.

Perché paradossalmente il tentativo di costruire un Parma più offensivo sembra aver tolto alla squadra alcune delle certezze che possedeva. Il Parma dello scorso anno magari non seduceva sempre, ma sapeva cosa fare. Sapeva abbassarsi, compattarsi, sporcare le partite e soprattutto riconosceva immediatamente gli spazi nei quali attaccare una volta recuperato il pallone.

Contro il Cagliari questa chiarezza si è vista molto meno.

Essere più offensivi, del resto, non significa semplicemente schierare più giocatori con caratteristiche offensive. Significa portarli nelle condizioni di ricevere, creare superiorità, occupare l’area e soprattutto costruire connessioni.

Ed è proprio qui che il Parma ha mostrato i problemi maggiori.

Tanti uomini davanti, poca pericolosità

La sensazione è stata quella di una squadra che arrivasse discretamente fino a una certa zona del campo per poi perdere improvvisamente il filo. Pochi scambi nello stretto, poche sovrapposizioni realmente incisive, poca presenza dentro l’area.

Il dato visivo è persino più significativo della disposizione tattica: il Parma ha attaccato senza riuscire davvero ad attaccare la porta.

Ndiaye ha avuto una buona opportunità di testa dopo appena sette minuti, Lontani ha provato la conclusione nella ripresa, ma nell’arco della partita sono state poche le situazioni nelle quali il Cagliari ha realmente sofferto. Dall’altra parte i rossoblù hanno costruito occasioni più nitide, fino alla rete di Romano.

Ed emerge un’altra questione: la leggerezza offensiva.

Non soltanto fisica. Anche tattica.

Manca qualcuno capace di dare profondità, di attaccare con continuità l’area, di costringere i centrali avversari a difendere rivolti verso la propria porta. Touré ha caratteristiche interessanti, ma chiedergli di sostenere praticamente da solo il peso dell’attacco significa caricarlo di responsabilità enormi.

Quando il Parma riesce ad arrivare sul fondo o nei pressi dell’area, troppo spesso manca il destinatario.

E nel calcio puoi costruire quanto vuoi, ma prima o poi qualcuno deve presentare il conto al portiere avversario. Altrimenti il possesso diventa arredamento.

Bernabé largo è davvero un vantaggio?

C’è poi il tema Bernabé.

Utilizzarlo sulla destra può consentirgli di ricevere più avanti e avvicinarlo teoricamente alla porta, ma significa contemporaneamente allontanarlo dalla zona nella quale può determinare maggiormente la costruzione della squadra.

Bernabé è il giocatore che può dare un ordine al caos. Se lo sposti troppo lontano dal centro del gioco, il rischio è ottenere esattamente il contrario: avere un uomo di qualità in più davanti, ma perdere qualità nella costruzione.

E infatti il Parma contro il Cagliari è sembrato spesso dipendente dall’iniziativa individuale anziché da meccanismi collettivi riconoscibili.

E poi quei cambi difficili da comprendere

A lasciare perplessi, però, non è stata soltanto la formazione iniziale. Anche la gestione dei cambi di Cuesta è apparsa difficile da decifrare, soprattutto considerando l’andamento della partita.

Il primo intervento arriva al 67’: fuori Bernabé, dentro Almqvist. Una scelta che aumenta ulteriormente la componente offensiva della squadra ma priva contemporaneamente il Parma del giocatore tecnicamente più adatto a inventare qualcosa in una partita nella quale, proprio di idee, ce n’erano state pochissime. Cambio che mette in drammatica evidenza l’assenza di un vice Bernabè…e guarda caso contro avevi proprio Fazzini.

Poi, al 75’, escono Keita e Lontani per Kouda e Diallo. Quattro minuti dopo il Cagliari segna. Solo dopo lo svantaggio Cuesta completa le sostituzioni inserendo Elphege e Cremaschi per Konate e Troilo.

Il punto non è stabilire se un cambio sia giusto o sbagliato con il comodo senno di poi. Il problema è capirne la logica complessiva.

Il Parma aveva bisogno di diventare più pericoloso, ma i cambi hanno finito per aumentare il numero degli interpreti offensivi senza migliorare la qualità della produzione. Anzi, togliendo Bernabé e successivamente Keita, la squadra ha perso progressivamente riferimenti e struttura.

Ed è qui che la gestione dalla panchina diventa coerente con il problema generale della partita: si è cercato di aggiungere attaccanti senza riuscire ad aggiungere gioco.

Il risultato è stato un finale quasi inevitabilmente confuso, nel quale il Parma ha cercato il pareggio soprattutto attraverso cross, palle inattive e iniziative estemporanee. Delprato ed Elphege hanno avuto opportunità di testa nei minuti conclusivi, ma più per assalto che per costruzione.

E resta una domanda: perché privarsi di Bernabé proprio nel momento in cui serviva qualcuno capace di accendere una partita bloccata?

È forse questa la scelta più difficile da comprendere.

Il paradosso del nuovo Parma

Ed eccoci al punto.

Cuesta sta cercando un Parma più coraggioso, propositivo e offensivo. È un’evoluzione legittima e probabilmente necessaria nel percorso di crescita della squadra.

Ma cambiare identità ha un costo.

Contro il Cagliari il Parma ha pagato proprio questo: ha provato ad aggiungere qualcosa senza aver ancora metabolizzato ciò che rischia di perdere.

Le distanze sono sembrate meno naturali. Le transizioni meno immediate. La costruzione più elaborata. E soprattutto la squadra è apparsa meno sicura nelle proprie scelte.

Il Cagliari, al contrario, ha fatto una cosa molto più semplice: ha saputo quale partita giocare. E quando Pisacane è intervenuto dalla panchina lo ha fatto in maniera pesante: al 66’ ha inserito contemporaneamente Felici, Zappa e Borrelli. (Tre italiani a differenza delle sostituzioni fatte dal Parma e dalla politica di acquisti fatti). Poco più di dieci minuti dopo è arrivato il vantaggio.

Il confronto con la gestione della panchina del Parma è inevitabile.

Nessun processo, ma un campanello sì

Sarebbe assurdo emettere sentenze dopo novanta minuti della prima giornata. Cuesta sta modificando principi e struttura e ha inserito anche giovani alla prima esperienza in Serie A. Serve tempo.

Ma il tempo non deve diventare un alibi.

Perché la prima indicazione arrivata dal Tardini è abbastanza evidente: questo Parma vuole essere più offensivo, ma per il momento è parso soltanto meno protetto. Più vulnerabile, e, a tratti, in affanno per difendere il pareggio.

E soprattutto davanti continua a pesare una preoccupante sensazione di leggerezza. Mancano movimenti, peso dentro l’area e qualcuno capace di trasformare il lavoro della squadra in occasioni vere.

Il nuovo modulo può essere una strada. Non deve diventare un dogma. E anche le sostituzioni dovranno diventare uno strumento per correggere la partita, non un ulteriore elemento di confusione.

Cuesta dovrà capire rapidamente se insistere su questa impostazione, modificarne gli interpreti oppure recuperare alcune delle vecchie certezze per accompagnare più gradualmente la trasformazione.

Perché l’ambizione di giocare meglio è sacrosanta. Ma prima ancora di essere bella, una squadra deve sapere esattamente cosa vuole fare.

Il Parma visto contro il Cagliari, invece, ha lasciato il Tardini con una fotografia piuttosto nitida del proprio problema.

Poche idee. E, soprattutto, confuse.

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