Catania, quei segnali che ricordano il Parma del 2015: analogie inquietanti, ma la storia non è ancora scritta
di Monica Mori
La storia non si ripete mai esattamente allo stesso modo. Nel calcio, però, certi segnali finiscono per assomigliarsi parecchio. Sì era detto insistentemente “mai più casi Parma” invece…. E quanto sta accadendo in queste ore attorno al Catania FC riporta inevitabilmente alla memoria, pur con dimensioni e condizioni profondamente differenti, la drammatica stagione vissuta dal Parma FC nel 2015.
E alla vigilia di Parma – Catania, gara di Coppa Italia, il pensiero va lì…
Il punto va chiarito subito: il Catania di oggi non è il Parma che nel marzo 2015 venne dichiarato fallito. Non ci sono, allo stato attuale, elementi che consentano di equiparare le due situazioni sul piano giuridico e finanziario. Il parallelismo riguarda piuttosto i segnali d’allarme, la gestione delle scadenze e soprattutto quella progressiva perdita di certezze che, a Parma, precedette il collasso definitivo.
La fideiussione del Catania e il primo campanello d’allarme
Il caso rossazzurro è esploso con il mancato rispetto della scadenza per il deposito della fideiussione necessaria a garantire gli impegni previsti dalle norme federali. Una situazione che dovrebbe comportare conseguenze sportive e che soprattutto ha aperto interrogativi sulla disponibilità di liquidità immediata del club.
Secondo quanto ricostruito dalla stampa locale, la garanzia richiesta sarebbe nell’ordine dei 2,7 milioni di euro e il Catania starebbe lavorando alla soluzione attraverso un conto vincolato. Parallelamente sono circolate ricostruzioni relative a esposizioni verso fornitori superiori complessivamente ai cinque milioni di euro. Si tratta di cifre e circostanze che dovranno essere verificate e distinte attentamente tra debiti ordinari, scadenze e reale sofferenza finanziaria. (Forza Catania)
Ed è proprio qui che comincia il parallelismo con Parma.
Parma 2015: prima del fallimento arrivarono le scadenze saltate
Anche la crisi del Parma non cominciò il 19 marzo 2015, giorno della dichiarazione di fallimento. Era iniziata molto prima.
Il club ducale aveva progressivamente accumulato difficoltà nel pagamento degli stipendi, delle ritenute fiscali e dei contributi previdenziali. Arrivarono deferimenti, penalizzazioni e promesse di nuovi finanziamenti. Nel febbraio 2015 la nuova proprietà guidata da Giampietro Manenti assicurava che sarebbero arrivati i soldi necessari per sistemare almeno una parte delle pendenze.
I bonifici promessi, però, non risolsero la situazione. La crisi finanziaria diventò sempre più evidente e arrivarono persino i pignoramenti di alcuni beni della società. (Sky Sport)
La differenza quantitativa rispetto al Catania attuale è enorme. Quando il Tribunale dichiarò il fallimento del Parma, la sentenza fotografò debiti complessivi per 218.446.754 euro, un patrimonio netto negativo di quasi 47 milioni e un debito sportivo superiore ai 74 milioni. Il giudice definì lo stato d’insolvenza «conclamato e irreversibile». (ANSA.it)
Numeri che oggi non sono minimamente sovrapponibili a quelli conosciuti del Catania.
Il vero parallelismo è nella liquidità
C’è però un aspetto particolarmente interessante.
Una società può possedere patrimonio e contemporaneamente trovarsi in difficoltà nel rispettare una scadenza. Il problema diventa quindi la liquidità, cioè la disponibilità concreta di denaro nel momento esatto in cui serve.
È uno degli interrogativi che accompagnano oggi la gestione Pelligra.
Il Catania ha alle spalle una proprietà riconducibile a un gruppo imprenditoriale importante e soltanto pochi mesi fa ha completato l’acquisizione di Torre del Grifo, investimento certamente non irrilevante. Proprio per questo il mancato deposito nei termini della fideiussione appare ancora più difficile da spiegare. (Wikipedia)
Il patrimonio della proprietà e la cassa della società calcistica, però, non sono la stessa cosa.
Ed è una distinzione fondamentale.
Anche a Parma, negli ultimi mesi prima del fallimento, il dibattito pubblico rimase a lungo concentrato sulla domanda: i soldi arriveranno oppure no?
Ogni nuova scadenza diventava decisiva. Ogni rinvio alimentava speranze. Ogni promessa della proprietà sembrava poter rappresentare la soluzione definitiva.
Poi arrivava un’altra scadenza.
Catania e Parma, anche il rapporto con la città
Esiste inoltre un parallelismo meno contabile e forse ancora più delicato: quello con i tifosi.
Parma nel 2015 continuava ad avere una squadra, uno stadio, migliaia di sostenitori e una storia calcistica enorme. Ma progressivamente si creò una distanza quasi irreparabile tra ciò che veniva annunciato dalla proprietà e ciò che realmente accadeva.
A Catania la situazione è lontanissima da quel punto, ma la mancata fideiussione ha provocato una comprensibile reazione nell’ambiente. Anche il sindaco Enrico Trantino è intervenuto pubblicamente chiedendo rispetto per una tifoseria che aveva già risposto con migliaia di abbonamenti. (SICRAPRESS | Informazione e attualità)
Ed è forse questo il segnale che la proprietà dovrebbe considerare con maggiore attenzione.
Nel calcio la fiducia può sopravvivere a una sconfitta. Molto più difficilmente sopravvive all’incertezza societaria.
Una differenza fondamentale: Catania può ancora fermare tutto
Nel marzo 2015 il Parma era arrivato alla fine di un processo ormai difficilmente reversibile. Il debito era gigantesco, gli stipendi non venivano pagati, erano intervenuti i creditori e la Procura aveva chiesto il fallimento. Il Tribunale non fece altro che certificare una situazione già precipitata. (Sky Sport)
Il Catania oggi non è in questa situazione.
Ed è probabilmente la differenza più importante dell’intero confronto.
Ma proprio la vicenda del Parma insegna che nel calcio professionistico non bisogna guardare soltanto all’entità complessiva del patrimonio di una proprietà. Bisogna osservare la capacità della società di rispettare puntualmente stipendi, imposte, contributi, fornitori e garanzie federali.
Perché il problema raramente nasce il giorno del fallimento.
Nasce molto prima, quando una scadenza considerata ordinaria improvvisamente non viene rispettata.
Da Parma a Catania, dieci anni dopo la stessa domanda
Nel 2015 Parma si chiedeva continuamente quando sarebbero arrivati i soldi.
Oggi Catania, in proporzioni completamente differenti, comincia a porsi una domanda simile: perché una proprietà che viene descritta come economicamente solida non è riuscita a rispettare una scadenza federale prevedibile da mesi?
È questa, più dei numeri e delle suggestioni sul fallimento, la vera analogia.
Parma insegna anche un’altra cosa: quando iniziano i problemi finanziari, la trasparenza diventa importante quasi quanto il denaro. Servono numeri, tempi, garanzie e spiegazioni verificabili. Non semplicemente rassicurazioni.
Il Catania ha ancora tutto il tempo e gli strumenti per dimostrare che quello della fideiussione è stato un incidente circoscritto e non il sintomo di qualcosa di più profondo.
Ma dopo quello che il calcio italiano ha visto negli ultimi quindici anni, da Parma alla stessa precedente società rossazzurra, ignorare certi campanelli d’allarme sarebbe quantomeno imprudente.
Il Catania di Pelligra non è il Parma di Manenti. Ma proprio per evitare che il parallelismo diventi qualcosa di più di una suggestione, adesso servono fatti. E servono in fretta.
